RICCARDO BENASSI
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Techno Casa - Allegato 1,12 Kb

Stavo cercando di addormentarmi, e forse ci ero anche riuscito. Dormo a molti chilometri di distanza dal mio corpo. Allontanarmi da lui richiede sempre tempo: lunghi distacchi, discorsi di commiato, saluti al giorno che se ne va applausi a quello che viene. Stavo cercando di addormentarmi, e tutto d'un tratto ho la sensazione che qualcuno mi stia puntando una luce in faccia, le palpebre sono una soglia molto sottile, la mente finge di essere impegnata su altro. Mi riavvicino di corsa al mio corpo per svegliarmi di soprassalto. Non riesco veramente a spiegarmi che cosa stia succedendo, controllo sommariamente ma in casa non c'è nessuno. Fuori dalla finestra forse la tempesta.

Mi metto quieto e risuccede di nuovo - qualcuno mi punta una luce in faccia e questa volta è proprio chiaro: si fa strada un leggero presentimento, un brivido di assoluta desolazione, l'idea di esseri soli e minuscoli ma in forma di sensazione. Alzo la testa dal cuscino e cerco un elicottero fra le nuvole, una macchina volante ripescata nelle mie fantasie, ma ristrutturate e aumentate dalla fiction. E questi pensieri sono accompagnati dal boato di un tuono, colonna sonora per un'apocalisse personale fra le lenzuola. Proprio il suono mi fa capire che non si trattava altro che di un lampo. Nonostante mi risulti abbastanza incomprensibile come un lampo possa essere arrivato ai miei occhi senza bruciare niente strada facendo - a quest'ora della notte è una risposta che mi soddisfa: mi lascio abbracciare dalla rivelazione sonora in assenza di prove scientifiche, e torno immediatamente ad appisolarmi. Adesso che è evidente, la tempesta fuori dalla finestra mi accompagna dolcemente.

E al risveglio, rintronato, ho raccontato a M. quello che mi è successo - ma non avevo prove condivisibili - solo flash di luce coadiuvati da parole. Poi giorni dopo un giorno di sole: ero alla finestra per dare senso al vuoto causato dal repentino cambio di stagione. Avvicinandomi alle finestre penso a quello che mi raccontano altri delle loro finestre, di questi momenti in cui il mondo è comprensibile perché inserito nella cornice lignea che ne isola dei frammenti. O nella cornice del display, del monitor, del touch screen - ma questa è un'altra storia.

Ora mi torna in mente quello che mi ha raccontato A. che abita vicino alla Stazione Centrale di Milano, e dalla sua finestra - se non ricordo male - ha seguito dall'alto - passo dopo passo - un uomo che si stava costruendo la sua architettura informale: una casa in strada. E questo mi porta subito a Napoli, lungo il mare. Stavo aspettando che C. mi venisse a prendere in macchina, e riempivo il suo ritardo osservando una tenda da campeggio posizionata su un marciapiede, circondata da cani che dormivano. Un uomo ben vestito nel frattempo arriva con una busta della spesa e si china ad accarezzare sulla testa tutti i cani, uno a uno, si abbassa verso il marciapiede in maniera ritmica a seconda della stazza dell'animale che accarezza. Poi chiama in direzione della tenda, e lo fa ripetutamente finché qualcuno da dentro non risponde. Hanno un breve scambio vocale che alle mie orecchie giunge senza consonanti. Poi l'uomo lascia lì la busta e se ne va, sento il suono inconfondibile della chiusura lampo della tenda ma non vedo cosa succede perché C. è arrivato - forse da un po' - e mi ha visto lì impalato, e ora mi acceca ripetutamente con i fari abbaglianti del suo veicolo. La luce si intromette tra il mio sguardo e la tenda perché rimbalza sulla vetrina di una banca. E forse non in quell'attimo, ma in questo preciso istante ho trovato una soluzione. Una volta S. mi ha raccontato che quel palazzo molto alto che è vicino alla Stazione Centrale di Milano causa problemi ai palazzi più bassi e più anziani che vi sorgono attorno. Essendo il grattacielo rivestito da finestre specchianti - nei giorni di sole i raggi rimbalzano contro di lui e vanno a sbattere sulle altre architetture lì attorno, corrodendone gli infissi lignei delle finestre e le imposte. Questi raggi - che arrivano più o meno sparsi - vengono raggruppati dalle finestre specchianti del grattacielo e rispediti in direzioni ben precise, ad umani che non li han chiesti ma forse ci si abbronzano.

Ecco come il lampo è arrivato ai miei occhi quella notte: anche davanti alle mie finestre sorgono specchi verticali che sfidano le nuvole e moltiplicano la città. I cartelli turistici che raccontano la storia dei grattacieli ai passanti rivelano: FROM A GRAND HOTEL TO AN OFFICE BLOCK. Grattacieli che hanno la pelle lucida, come la mia durante il sonno. Un lampo rispedito da un'architettura consenziente - che riorganizza i moti turbinosi del cielo in maniera distratta ma tecnicamente perfetta - e fa da tramite tra me, il mio sonno, e l'imprevisto delle stelle. E forse, se ogni grattacielo è un faro part-time, allora questa non è la fine della Storia, ma è la fine della Geografia.

© Riccardo Benassi, 2013